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Stecca

ASPETTANDO I MONDIALI: A tu per tu con Fabio Cavazzana

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Cresce l'attesa in vista dei Mondiali di Milano. Fra i tanti talenti presenti ci sarà anche Cavazzana, Campione del Mondo nel 1993

Chiudete gli occhi e immaginate di essere nella Torino degli anni '70.
Sullo sfondo una città viva, industriale, e vista da gran parte d'Italia come la meta dove cercare lavoro. A dominare la scena è sempre la Fiat, con tanto di proteste operaie e tensioni sociali che crescono giorno dopo giorno. Sono i cosiddetti anni di piombo, quelli dove la criminalità fa davvero paura.
Per quanto concerne invece la sfera sportiva, nella metà degli anni '70 si accende l'eterna rivalità fra Juventus e Torino, due squadre in grado di dividere una città. Nella stagione 1975/1976 in particolare si assiste ad un duello entusiasmante risolto all'ultima giornata dai granata con la conquista del primo Scudetto dopo la terribile strage di Superga avvenuta 27 anni prima.
In quel periodo non è solo il calcio a dominare la scena sportiva nel capoluogo piemontese. Il biliardo infatti occupa un ruolo da protagonista, forte della presenza sulla scena di vere e proprie icone di questo sport. Il luogo simbolo di tutto ciò è un club situato in via Dandolo.
A gestirlo sono Gastone Cavazzana e Paolo Coppo, due padri putativi di molti atleti che poi si affermeranno negli anni a seguire.
In quel luogo magico, dove ha mosso per esempio i primi passi anche uno come Carlo Cifalà, è frequente veder aggirarsi un ragazzino. Ha lo sguardo furbo e si muove fra i tavoli guardando con rispetto tutti quei grandi campioni. Il biliardo gli piace, ma alla stecca preferisce il pallone.
Quel ragazzino si chiama Fabio Cavazzana ed è il figlio proprio del grande Gastone.
Con un padre così il suo battesimo con il biliardo sembra scontato, ma nella sua storia, come avrete modo di scoprire leggendo queste righe, di scontato c'è sempre stato poco.

"Quando ero piccolo mi piaceva giocare a calcio – racconta Fabio Cavazzana – era una delle mie più grandi passioni. A 16 anni arrivai anche nelle giovanili del Torino ed erano in molti nell'ambiente ad apprezzare le mie doti calcistiche. Poi mi ruppi i legamenti del ginocchio e la mia carriera finì praticamente in quel momento. Fortunatamente ad aspettarmi paziente c'era il biliardo. Nonostante avessi dato più spazio al calcio, con un papà come il mio non poteva essere altrimenti. All'inizio mi piaceva soprattutto andare a guardare le gare. Poi gradualmente cominciai anche a giocare nonostante un'opposizione iniziale di mio padre. Lui infatti sapeva più di chiunque altro cosa volesse dire essere un giocatore professionista. Col passare del tempo però il mio crescente talento e il dna biliardistico da lui ereditato furono più forti di tutto".

Fabio Cavazzana comincia così a plasmare il suo stile basandosi sui consigli che gli vengono dati da suo padre e sulle tante ore passate ad osservare i campioni presenti nel club di via Dandolo.
Dopo l'infortunio che lo ha indirizzato al biliardo però c'è un altro episodio della sua vita destinato a diventare decisivo per la sua futura carriera.

"Come ho già detto, mio padre all'inizio si opponeva al fatto che io giocassi a biliardo – continua Cavazzana – Un giorno comunque andai con la famiglia a Rovigo, il paese dove lui è nato. La sera mi fiondai in una sala lì in zona a giocare a biliardo. Ricordo che ero talmente preso da una partita che non mi resi conto dell'orario. Giocai forse fino alle due o tre di notte – ride Cavazzana - Mio papà così, non vedendomi arrivare, venne a cercarmi. Fatalità volle che in un pezzo di strada ghiacciato perse il controllo della macchina e andò a sbattere. Il risultato fu che con l'auto rotta non potemmo tornare a casa. Quello che poteva sembrare un episodio negativo comunque si trasformò in un segno del destino. Nei giorni successivi, mentre attendavamo che il meccanico facesse il suo dovere, mio papà vide che c'era un bar in vendita e decise di comprarlo. Era da un po' che pensava ad un cambiamento. A Torino infatti in quegli anni la situazione era abbastanza difficile. C'era tanta criminalità e spesso si aveva paura. Ecco perché approfittò della situazione e prese subito la palla al balzo. Ancora oggi scherzando diciamo che la mia fuga notturna legata al biliardo rese possibile tutto questo".

Arrivato nel Veneto per Fabio Cavazzana si presenta una nuova dimensione di vita che gli permetterà di diventare uno dei giocatori italiani più forti e conosciuti della nuova generazione.

"Quando avevo più o meno vent'anni iniziai a concentrarmi seriamente sul biliardo – racconta ancora Cavazzana – Seguendo l'esempio di mio padre e di altri giocatori conosciuti in Veneto cominciai a partecipare anche a qualche gara. Nel giro di pochi anni entrai nella cerchia dei professionisti e ad impormi all'attenzione del biliardo nazionale. Ero ancora all'inizio, ma sapevo che potevo arrivare lontano".

Guardare più in là degli obiettivi delle persone normali si dice che sia una dote riservata proprio ai grandi campioni e che spesso può fare la differenza, soprattutto se c'è in ballo un Mondiale come quello andato in scena nel 1993 a Bolivar, in Argentina.

"Ero al mio primo Mondiale in assoluto – ricorda ancora Cavazzana – In Argentina il biliardo è uno sport seguito quasi quanto il calcio. La gente lì si scatena quando ci sono competizioni come i Mondiali. Quell'anno nel tabellone c'erano grandi campioni. Io ero un outsider, ma ben presto i tifosi argentini cominciarono a prendermi in simpatia. E' una cosa che non riesco a spiegare. Fu quasi come un'empatia naturale. Tifavano realmente per me, anche quando arrivai in finale e mi giocai il titolo contro il loro connazionale Ricardo Dieguez. Quella sfida fu davvero drammatica. Si giocava al meglio delle undici partite e arrivammo fino al 5-5. Anche il set decisivo fu giocato punto a punto. Alla fine riuscì a chiuderla in mio favore con un raddrizzo molto difficile perché la mia bilia era ostacolata dal pallino. L'unica possibilità che avevo era quella di fare un filotto di prima e così è stato. Fu un momento da brividi, una gioia indescrivibile. Venni letteralmente sommerso dai tifosi argentini che mi spogliarono completamente pur di avere qualcosa di mio. Maglietta, camicia, presero praticamente tutto! Li avevo conquistati con il mio gioco e fu davvero un motivo di orgoglio per me. Mi piace sempre sottolineare comunque che dietro a quella vittoria mondiale c'è qualcosa che va al di là di tutto questo. Prima di partire per l'Argentina infatti passavo spesso dal santuario di Loreto. Dentro c'è la statua della Madonna alla quale sono sempre stato legato. Un giorno mi fermai e facendo una preghiera promisi che se avessi vinto il Mondiale le avrei portato il titolo. Mantenni ovviamente la parola ed ora la coppa è proprio lì nel santuario, insieme ad altri trofei di grandi campioni come Felice Gimondi o Eddy Merckx che probabilmente avevano fatto la mia stessa promessa".

Una storia romantica e allo stesso tempo sincera quella di Fabio Cavazzana. Partito con un'eredità pesante sulle spalle come quella rappresentata dalla figura del padre ed arrivato con il suo talento ai vertici del biliardo italiano e mondiale. Oltre a tutto questo c'è anche una personalità limpida, che traspare nel suo stile di gioco e nel suo carattere leale e corretto al tavolo. Una figura positiva, prima che ovviamente un grande campione.

"Io ho una filosofia di gioco che si rispecchia anche nella quotidianità – commenta a riguardo Cavazzana - Il mio comportamento al tavolo è speculare al mio stile nella vita di tutti i giorni. Vincere o perdere sono due cose che possono accadere e bisogna accettarle. Prima di ciò però è importante che ci sia il rispetto ed è per questo motivo che spesso ho abbandonato delle partite lasciando la vittoria ai miei avversari. Il biliardo infatti fa parte delle nostre vite, ma non è tutto. Esistono delle cose che sono molto più importanti. Se non ci sono questi presupposti, mi faccio da parte. Arrivano a tutti i momenti nei quali i filotti non entrano più e se prima non si è seminato bene, non rimarrà più nulla. Le vittorie ovviamente sono importanti, ma per me, per farsi apprezzare da avversari e tifosi, serve trasmettere soprattutto qualcosa".

Fabio Cavazzana di emozioni ne ha trasmesse e continua a trasmetterne molte. Ecco perché quando si pensa a lui non si può non proiettarsi anche al Mondiale di Milano del 2015

"Vincere o perdere un Mondiale, una tappa B.T.P. o una partita al club con un amico è sempre legato a degli episodi – conclude Fabio Cavazzana – Conta lo stato d'animo, oltre che la preparazione fisica e mentale. L'importante comunque è arrivare al top e trasmettere qualcosa, rispettando l'avversario e giocando in maniera sportiva.
Quella di Milano è una vetrina mondiale e va quindi onorata nel migliore dei modi. Io ci sarò e mi farò trovare pronto dando tutto me stesso".


Realizzato da Giuseppe Albi
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